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La condanna |
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un racconto di |
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Quando mi dissero che mancavano meno di tre giorni per uscire da quella prigione, caddi nella depressione più profonda: mi sembravano ancora tante, forse troppe quelle ore senza libertà . Sprofondai sul letto fissando il vuoto. Eppure, avevo resistito tante volte di più quel tempo che mi restava da scontare, dove era finito il mio coraggio? Volevo piangere e tra le lacrime sprofondare in un lungo sonno di tre giorni, ma non mi riusciva neanche di percepire il dolore liberatorio del pianto. Provai a trovare una ragione valida per convincere i miei carcerieri a liberarmi prima, ma non ne venne una sola. Ero in una situazione delicata, qualunque gesto sprovveduto sarebbe bastato a compromettere di più la mia reputazione. Non potevo agire di pugno, non potevo neanche fingere o provocarmi un malore. Dovevo soltanto soffrire le ultime piaghe di quel fio. Fossi stato almeno colpevole, l’avrei fatto con cosciente rimorso, invece ero innocente e di quegli innocenti che non hanno neanche la forza di dichiararsi falsamente colpevoli per attenuare l’entità della propria condanna. Stavo scontando una pena ingiusta e con una forza d’animo che aveva meravigliato me stesso. Forse l’unica scintilla che aveva tenuto in vita la flebile candela della mia speranza era l’idea di potermi presto riscattare, una volta tornato “alla libertà â€. Quante volte il vento della disperazione aveva finito quasi per spegnere quella fiammella. Provavo un sentimento di furente tempesta che non risparmiava pietà per nessuno e la morte mi sembrava meno opprimente di quella condizione: respiravo e mi sembrava di soffocare, mangiavo e desideravo i freschi cibi preparati dalla persona che amo più della luce stessa. Ed era lei che mi mancava più di tutto. Non mi bastava sentirne la voce. Io volevo toccarla, carezzarla, stringermi a lei, in quell’attimo di amplesso in cui sfiori l’eterno che c’è nell’umano trascorrere. Quale terribile vendetta avrei dovuto scagliare contro coloro che mi avevano tenuto lontano proprio dalla persona che aveva scontato alla pari con me una colpa ingiusta, sebbene fuori da quelle mura, per l’identica sofferenza di non vedermi e avermi. Quante volte, per consolarla, avevo provato a scriverle pagine d’amore, che quasi sempre stracciavo per la pena che provavo per la nostra misera condizione, lì dentro svaniva ogni poesia. Ero così ferito nel mio orgoglio che non potevo neanche prospettarmi un futuro felice accanto a lei, come la stessa mi prometteva per rinfrancarmi l’animo. Io ero troppo deluso per poter credere di poter essere veramente felice un giorno a venire. La felicità ha le radici nella giustizia. Io ero stato vittima di un’ingiustizia, potevo prospettarmi solo rabbia e rancore, fino a quando non avessi vendicato quell’offesa alla mia coscienza pulita. C’era un frate che spesso veniva a farmi visita in quelle ore di prigionia e il suo maggior conforto era una speranza che si chiama “Beneâ€. Mi diceva “non tutti i mali vengono per nuocereâ€. Spesso gli ridevo in faccia nervosamente. Mi chiedevo chi mi avrebbe ridato tutto quel tempo trascorso tra i sospiri e la solitudine, perché davvero non riuscivo a vedervi né un disegno divino, né un che di buono in tutta quella terribile faccenda. Almeno avessi riposato un po’, dormito sonni profondi e rigeneranti, avrei potuto vivere quel periodo come un ricovero per stress. Invece quando sarei stato libero avrei dovuto farmi ricoverare per recuperare il dono del sonno. Tre giorni. Sembravano un’eternità ancora. Più si avvicinava il giorno e più sembrava lontanissimo. Eppure avevo paura. Era da troppo che attendevo quel momento. Sarebbe potuto succedermi qualcosa prima e non avrei goduto quell’immensa gioia. E poi, mi chiedevo, “Dopo che farò? Come farò? La rivedrò e forse per l’emozione apparirò freddo, diverso. La stringerò a me, le dirò «è finito tutto» o «adesso comincia tutto?» Si avvicinava il giorno e non sapevo neanche più quello che volevo, avevo perso l’abitudine di volere. Sapevo di desiderare tante cose, d’aver meditato e progettato molto, ma temevo che il sapore della libertà m’avrebbe stordito e forse avrei dimenticato tutto. E così sarei rimasto punito ingiustamente? Vidi passare uno dei miei accusatori, quello che mi aveva condannato a questa prigionia, colui che odiavo più di tutti e per il quale sognavo terribili supplizi. Eppure, a volte, avevo scorto un che di umano su quel volto, uno sguardo quasi pietoso verso di me. Mi aveva dato spesso da pensare, sperare in un suo ravvedimento. Talora avevo fissato i suoi occhi sfuggenti nella speranza di comunicargli senza parole la mia innocenza. Ricordo un giorno in cui il suo viso sbiancò e i suoi occhi mi guardarono quasi lucidi di lacrime. C’era una luce di pentimento nella sua persona appesantita dagli anni. Le sue labbra tremanti sembravano dire “sconti una mia colpa†e una vena si ingrossò sulla fronte pulsando, come il cuore che chiede perdono. “Portami via di quiâ€, volevo gridargli, ma il mio orgoglio ferito mi faceva tacere, però non so cos’altro i miei occhi seppero dirgli. So solo che egli calò lo sguardo sotto il peso di chissà quale rimorso ed io che avevo sempre sperato in lui per la mia libertà , capii che non avrebbe avuto mai la forza di discolparmi. E venne finalmente a trovarmi il mio unico attivo difensore. Una persona forte, ma che era troppo giovane ed inesperta e perciò non aveva potuto far valere le sue ragioni per aiutarmi. Venne e mi portò dei fiori, “profumano di libertà â€, mi disse, “quella che presto respireraiâ€. Ci fissammo, mi strinse la mano. “Non ne posso piùâ€, gli sussurrai, trattenendo a stento le lacrime. E cercò di consolarmi dicendomi di avere nuove prove e strade da battere per scagionarmi. Ammiravo la sua energia, ma gli risposi seccamente che non avevo più la forza per riaffrontare ancora quella brutta storia, volevo solo dimenticare e dormire fra le braccia della mia amata. Era davvero ciò che desideravo? Desideravo la mia casa, le mie piccole cose in ognuna delle quali avrei ritrovato la forza di vivere. Volevo andar via di lì, fuggire per sempre da quell’incubo, tornare alla vita, all’amore. “Ti stai perdendo nella depressione!†mi gridò il mio giovane difensore con voce acerba, scuotendomi per le spalle. “Stai smarrendo la tua dignità di uomo!†continuò. “Forse, ma quando si perde la libertà , non si ha più niente di umano†gli risposi. Scrollò le spalle e quasi stizzito mi salutò freddamente. Gli chiesi di tornare ancora, ma non mi rispose, scomparendo nel lungo corridoio. Mi misi a sedere sotto una finestrella alta che lasciava filtrare un chiarore sbiadito. Era lì che mi sedevo per leggere, rubando un po’ di luce naturale a quelle mura sempre scure. Guardai l’alta pila di libri che avevo lì accanto. Erano tutti quelli che la mia amata m’aveva portato quando le avevano concesso di vedermi. Quelle pagine erano piene di frasi d’amore e lettere che ella stessa v’aveva messo, parole scritte con la sua immutabile passione. Molti di quei libri li avevo letti solo in parte riservando ai momenti di maggiore disperazione lo svelamento delle altre dolci frasi che ella v’aveva nascosto. Ne presi uno in alto, non lessi neanche il titolo. L’aprii; sfogliai subito le prime pagine che conoscevo bene; scorsi la scrittura amata; fin lì avevo letto. Girai avidamente le pagine successive alla ricerca di un segno vivo, finché arrivai dove non avevo mai letto. Riconobbi la sua calligrafia chiara in fondo alla pagina; diceva “conosco il modo per liberarti per sempre da questa ingiusta condannaâ€; trasalii. Mi ritornarono in mente le parole del mio giovane difensore e tremai di gioia all’idea di poter realmente dimostrare la mia innocenza. Ma allora ce l’avevano fatta? Rilessi una, due, tre volte quella frase, scorsi rapidamente le pagine successive. Volevo sapere di più, ma non trovai altri indizi. Che stupido che ero stato a non leggere per intero quel libro, avrei goduto una settimana prima della felicità del riscatto, invece, aspettandomi dal futuro solo dolore, avevo tralasciato di leggere quelle pagine riservandole a momenti difficili. Avessi allora avuto fiducia nel bene, avrei letto tutto in fretta e mi sarei salvato una settimana prima dall’orlo della disperazione. O mia dolce metà , quanto mi fu amara la lontananza da te, in quel momento in cui volevo gioire, perché quando si ama pare che si goda di più soltanto in due. E ripensai al giovane difensore, una morsa di terrore mi strinse il cuore. E se non fosse tornato più? No, non avrebbe potuto. Era troppo legato a me per lasciarmi solo e avrebbe oscurato anche la sua reputazione se si fosse fatto sfuggire quell’occasione di riscatto, trovandosi all’inizio della carriera. Tornai a sorridere dopo tanto tempo. Non mi pareva vero. Tra tre giorni non solo sarei stato libero e avrei rivisto la mia amata, ma avrei avuto in pugno la mia vendetta, io che poco prima vi avevo rinunciato pur di farla finita con quella storia, avevo tratto di nuovo alimento dalle parole della mia donna e forse era proprio questo che cercavo: un assenso, nonché una guida. Solo lei avrebbe potuto darmi la forza di rivedere quella gentaglia e riaffrontare le solite accuse, ora forti di buone prove a mia discolpa. E sarebbe venuto il giorno, poi, del riconoscimento, del perdono, il risarcimento della condanna scontata, l’onore, le scuse... Quanto è strana la vita! Ancora non era giunto il giorno che avevo desiderato da tanto e già ne sognavo un altro, preparandomi forse a minore o maggiore attesa, chissà . E venne anche la persona più debole della giuria, colui che era stato incapace di condannare, ma che non aveva avuto neanche la forza di discolparmi e forse conosceva fin troppo bene le prove delle mia innocenza. “Sto provando a tirarti fuori qualche giorno prima, spesso lo si faâ€, mi disse, guardandomi appena negli occhi, con una voce esile e tremante. Avrei voluto rispondergli che non avevo bisogno della sua pietà , visto che si era limitato a quel poco, ma preferii star zitto. Mi avevano sempre fatto pena gli uomini deboli e poi il mio cuore era ansioso di altri riscatti. Feci finta di gradire il suo interessamento. Del resto, ora, avevo bisogno di tutti per discolparmi, anche delle persone più neutrali. Rimase in silenzio alcuni minuti. Io fissavo i miei piedi, sentivo il peso del suo sguardo su di me. Cos’altro voleva? Gli avevo risparmiato ogni umiliazione, era per questo che restava lì? Probabilmente prendeva coraggio, la prima volta in vita sua. “Questa tua condanna pesa sulla coscienza di tutti quanti noiâ€, mi disse fissandomi con i suoi occhi verdi e lucidi di commozione. Che voleva intendere? Si stava smuovendo già qualcosa e quello era il primo muro di verità a cadere, il più fragile? Lo guardai, stavolta con una pietà sincera, senza umiliante distacco. Era un uomo caricato da una precoce vecchiaia, forse sotto il peso di responsabilità più grandi di lui, allora capii quanto può essere difficile giudicare un uomo. “Sto incontrando tua moglieâ€, aggiunse, ed io trasalii al sentirlo. “Mi ha chiesto di collaborare con voi e stavolta ti prometto che lo faròâ€, accennò ad un sorriso e scomparve prima che potessi rispondergli. Cosa stava succedendo? forse che il peso di una condanna scontata ingiustamente stava cambiando gli animi e la persona più debole oggi mi appariva quella più forte? Volevo vedere la mia unica amata. Sentirmi dire che non era un sogno quello che stavo vivendo, e che aveva avuto un senso anche il mio dolore. Si aprivano davanti a me nuovi orizzonti. Come avrei agito? sarei cambiato, accresciuto di nuovi valori? Magari mi sarei arricchito con il risarcimento che mi sarebbe spettato di diritto, ma se anche tutto ciò non fosse avvenuto, non avrei disperato. Avevo l’amore e la fiducia della mia donna, nonché la certezza che l’ingiusta pena che io avevo scontato, con incredibile rabbia per un certo periodo di tempo, l’avrebbero sofferta presto e per sempre quelli che per debolezza, viltà o disonestà mi ci avevano costretto. Ed era questa la mia più grande vittoria; ora finalmente cominciavo ad assaporarla. |
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