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Non mi ero mai accorto di quante domande contenga una giornata. Fino a quando ho tenuto impegnata la mente in mille impegni, ho dato tutto per scontato, perfino l’ossessivo ripetersi quotidiano delle stesse azioni. Invece, in queste ultime settimane di sofferente prigionia, cui sono costretto per motivi di salute, sto sperimentando gli effetti perfino devastanti che l’ozio può scatenare nella mente di chi ha volentieri sorvolato le pause riflessive. La mia attuale irrequietezza ne è il sintomo più evidente. Sono stato un uomo molto attivo e raramente indisposto. Ho conosciuto poche volte il silenzio di una casa – ultimo di quattro figli e padre di tre – e finora non ho mai notato quanti pensieri possano entrare in una stanza. La mia vita è stata sempre “fuori”: il lavoro, la famiglia, gli amici, il cane da portare a spasso. Cose normali, comunissime, ma che spesso rispondono a rituali formali, esteriori, che fai perché si fanno. Eppure solo oggi, dopo aver per più di mezzo secolo seguito questa routine, scopro che tutto ciò per me non ha mai avuto un senso. Non voglio negare questi valori, a cui mi sono aggrappato per anni e sentirmi oggetto di stupide critiche dei moralisti, ma intendo solo provare a svestire le mie azioni dall’astratto convenzionalismo di cui erano ricoperte. Per la prima volta, capisco d’aver accettato questo sistema di regole imparandole a memoria come le tabelline e la mole di nozioni che dobbiamo memorizzare senza ribellarci, sebbene tante volte non ne capiamo l’utilità . Quante cose ho accettato e, forse, non mi piacevano? Non lo saprò mai, perché non me lo sono mai chiesto.
In questi giorni vivo come un eremita. In passato ero scettico verso chi prova esperienze anacoretiche. Non ne capivo il senso, “c’è così tanto da fare”, “tempo perso” pensavo. Ora invece mi spaventa il coraggio di chi riesce a convivere con tanti pensieri, senza avere neppure la scusa di un impegno più importante da sbrigare. A me sembra d’impazzire in questo dialogo continuo con me stesso; del resto, quella del mistico è una scelta, non un’imposizione del medico. Per me, in questo periodo, è come stare in esilio, segregato fra quattro pareti bianche, fumanti dei vapori di mille infusi caldi che mia moglie mi prepara, alleata del candido tiranno in camice. Quando sarò del tutto guarito voglio comprare delle tinte e dipingere le mura con i colori delle mie riflessioni. Non m’importa se mi prenderanno per pazzo; ho imparato che la pazzia è altro: è proprio la monotonia e non la temo più. Voglio dipingere anche dei paesaggi sui vetri. Che sconforto in queste ore di convalescenza! Mi siedo accanto alla finestra per distrarmi un po’ e mi pare d’affacciarmi su un oltretomba. Ecco, mi ci siedo ora, qui con la mia fedele copertina. Mi compare davanti agli occhi sempre lo stesso sortilegio. È come se la terra fosse avvolta in un vapore, una nebbiolina diffusa, ma non intensa. E il cielo? È una distesa lattescente. Quasi mi viene il sospetto che non ritorni più l’azzurro della volta celeste. Da troppi giorni domina quest’atmosfera rarefatta e surreale. Ma i meteorologi che dicono? E la gente se n’è accorta che il sole è malato? Pallido, timido, sembra una luna e non acceca neanche; si distingue appena in questo bagliore asfissiante.
Il pendolo dell’orologio a muro va a tempo con il saliscendi della mia pancia, o meglio con il respiro asmatico dei miei polmoni; questa notte lo fermerò. Ci sono troppi secondi uguali da contare, il tempo non è infinito e il mio corpo vuole conoscere ore diverse. Voglio cambiare anche il neon della plafoniera; ho visto che diffonde la stessa luce ambigua e falsa del cielo ed emette un suono monotono e continuo, come un ronzio; lo sostituirò con una lampada colorata.
Com’è bianca la mia vita! Si nasce arrossati e si muore sbiancati, su di un letto bianco, sotto una lastra di marmo bianco. Mi chiedo se tendiamo alla purezza o alla nullità . In questi giorni ho pensato spesso alla morte e al suo colore. Forse è proprio bianca. Nel buio si può accendere sempre una luce, invece un chiarore non si sa come spegnerlo. Quale candela porta il buio? Se almeno la morte fosse davvero buia, avrei ancora uno scopo: cercare la luce. E se fosse proprio di questa luce ironica? Che avrei da fare? Non trovo più il mio fazzoletto, ah! Eccolo! Bianco, come la neve. Ai Poli c’è sempre il pallore del ghiaccio. Gli esquimesi penseranno in bianco e nero. Si potrebbe creare della neve colorata. Quante cose si potrebbero inventare per colorare la vita della gente. A proposito! Ma la gente dov’è? Qui fuori vedo solo strade deserte. Anzi, no, vedo qualcuno. Figure vaghe, indefinite. Ombre. Hanno un passo frettoloso, quasi impercettibile, tanto sono rapide. Si muovono come anime che camminano volando. Decise, meccaniche, non conoscono il turbamento di chi, osservando, si ferma a guardare un angolo di cielo. Già …e che cielo oggi! Ma un bambino che nascesse ora, che idea avrebbe del cielo? Bianco. Così non diverrebbe mai un poeta o un pittore, a forza di guardare questo sole lunare diverrebbe un albino. Quando starò bene scenderò per la strada e fermerò la gente. Farò loro notare che fanno sempre la stessa via e non saprebbero neanche disegnarla. Quando guarirò cambierò tante cose nella mia vita. Forse cambierò qualcosa anche nella vita degli altri. Lo farò perché se ora dovessi trarre le somme della mia esistenza, annoterei pochi traguardi. Ho navigato nel chiarore della mediocrità senza conoscere colori forti. Sono stato un automa che ha seguito dei gesti, ha provato anche dei sentimenti, ma senza intima coscienza. Non ho mai pensato alle cose che facevo. Le eseguivo come uno dei tanti lavori che trovavo in scrivania. Allo stesso modo ho svolto per anni un lavoro che non mi piaceva, solo perché mi era più comodo seguire la carriera di mio padre. Avrei voluto fare lo scrittore, ma non avevo la grinta per sfondare, né il coraggio di tentare l’ignoto. Forse non avevo neanche pensieri miei per scrivere. Mi piaceva la letteratura, quella scritta dagli altri però. I miei esperimenti poetici erano semplici scopiazzature di cui mi vantavo troppo spesso. Gli anni della mia vita sono tutti uguali. Si contano pochi eventi, quelli di ogni uomo comune. Mi sento una pecora, bianca. In fondo, le esperienze umane si ripetono più o meno allo stesso modo, ma almeno avessi avuto l’illusione di vivere una vita d’eccezione, come un Cesare, un Dante, un Napoleone, o come quello che semplicemente dovevo essere e non sono mai stato. Ogni uomo è l’uomo, ma è anche un singolo irripetibile. Io questo non l’ho mai capito. Quest’unico pregio non l’ho saputo difendere. Vorrei piangere, ma non ci riesco. Non ho mai pianto per queste ragioni, né qualcuno me l’ha insegnato a fare. Vorrei singhiozzare come un bambino e liberarmi di tutta l’insoddisfazione che non mi fa respirare bene. Perché non sono morto ignorando tutto? Mi chiedo cosa posso più fare ormai. È terribile contemplare il proprio fallimento. Mi ci vorrebbe un’altra vita. Bisognerebbe avere una vita di prova. Ma tutto ciò la gente l’ha capito? E i miei figli lo sanno? Devo avvisarli; forse loro sono ancora in tempo. E come glielo dirò? Forse non mi capirebbero. Vivono la loro vita accecati come ero io da tutti quei valori-colori falsi e appariscenti. Noi non conosciamo questi colori e non sapendo che farcene li facciamo ruotare vertiginosamente producendo solo il bianco, come avviene nel disco di Newton. Le nostre vite sono troppo vertiginose, quindi bianche. L’ho capito tardi; non posso lasciare ai miei figli solo un patrimonio di anonimi rituali tramandati per secoli come geni. Che senso avrebbe per me morire senza svelare l’inganno? Con quale coscienza lascerei questo arcobaleno che è la vita?
- Ecco il latte, Rho. - Cosa? Ah! Sei tu, Fi. Non mi ero neanche accorto che eri entrata. - Che facevi? - Ragionavo…Fi! Ma tu hai i capelli bianchi! - Rho! Quand’è stata l’ultima volta che mi hai guardata? E poi anche tu ce li hai; non siamo più ragazzini.
Ascolto mia moglie che parla: trascina le parole come se fossero rotolini; ha un timbro basso, monotono; l’osservo, ha gli occhi grigi dall’espressione spenta. Inorridisco all’idea d’apparire anch’io così scialbo e pallido agli altri. Non oso guardarmi allo specchio. Fi, dopo trenta anni di matrimonio, ti guardo per la prima volta con gli occhi attenti di chi vive la vita prima di subirla. Mi appari così diversa; meno bella di quanto credessi, ma certo più interessante. Mi chiedo se ti ho mai conosciuta per quello che sei, se ti ho mai amata per quello che meritavi, perché io non mi sono mai conosciuto. Mi sembra all’improvviso di precipitare nell’abisso, non ho più certezze: devo trovarne qualcuna, vorrei appigliarmi a qualcosa in questa caduta. Mi sento come un bambino alle prime armi e scopro di non saper neanche chi sono, e ho convissuto finora con me stesso, sentito il mio respiro, i miei dolori, i miei odori. Questo corpo in cui mi sono trascinato tra acciacchi e tensioni, stress e raffreddori, usandolo, spesso abusandone, senza mai dirgli grazie, senza mai ascoltare cosa mi dicesse, di cosa avesse bisogno, magari scoprendo i miei veri gusti, le mie debolezze. E c’era un’anima in questo corpo che ha dormito vegliato sobbalzato con me, ma io non mi sono mai curato di guardarmi dentro e sentire la sua voce. Che povertà la mia vita!
- Fi, cosa lasceremo ai nostri nipoti? - Non ci pensare ora, bevi il tuo latte che si fa freddo. - Gli lasceremo del latte tiepido? - È già tanto, non credi?
Mi sento accarezzare il volto da una lacrima calda e trasparente. Sto piangendo. Come è accaduto?
- Rho, cos’hai? - Nulla. - Non nascondermelo, c’è qualcosa, ti conosco. - Appunto, il Nulla.
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