Pompei antica – la storia

Pompei fu fondata dagli Oschi (detti pure Osci), uno dei primi popoli italici, verso la fine dell’ VIII e all’inizio del IX secolo a. C. ; fu assoggettata poi dal popolo greco, in seguito fu sotto il dominio del popolo etrusco (che forse fondò Capua); e verso la fine del V secolo a. C. fu dominata da un noto popolo italico, i Sanniti; mentre a partire dall’80 a. C. la <<civitas pompeia>> divenne una colonia del popolo romano, i quali arricchirono Pompei con edifici simili a quelli presenti nel loro Regno.

Pompei - porta

Tutti i popoli che sono stati sopra menzionati furono attratti dalla città di Pompei per la sua strategica posizione geografica; essa era posta alle pendici del Vesuvio (1279 m), aveva fertili terre vicine alla costa, e non essendo lontana dal mare e dalla foce del fiume Sarno, favorì un immenso sviluppo non solo agricolo, ma anche culturale e commerciale, esportando per il Mediterraneo il buon vino e ottimo olio. Infatti Pompei si trova in Campania, regione chiamata dagli antichi Romani Campania Felix, (dove l’aggettivo latino felix sta per fertilità, fecondità della terra, delle piante e degli animali, e gli stessi autori latini nelle loro opere elogiano il Vesuvio e l’intera Campania per la loro produttività).

Amante delle terre campane fu il grande poeta Publio Virgilio Marone (70 a. C. – 19 a. C.), il quale apprezzò notevolmente i giardini, la coltivazione delle vite e dell’ulivo, mentre Plinio il Vecchio (23 d. C. – 79 d. C.), lodò i campi del Vesuvio e quelli di Sorrento, non solo per i loro ricchi prodotti, ma anche perché densamente abitati dalla nobiltà romana la quale sfruttò la fecondità di quei suoli per produzioni di alto reddito.

Va precisato dunque che, durante l’era imperiale, Pompei e tutte le zone circostanti ad essa, rappresentarono per i Romani una zona si cui insediarsi, sia per farne una meta per le loro vacanze e sia per sfruttare l’attività vinicola e le aziende agricole. Nell’area vesuviana furono costruite acque termali, ville rustiche su luminosi colli, e le cosiddette ville extraurbane, appartenenti a famiglie agiate che cercavano fuori dal caos della metropoli, al mare o in campagna, un’oasi di pace. Pompei era considerata dallo scrittore latino Giunio Moderato Columella come una “dolce palude, vicina alle saline di Ercolano”. Pompei assieme ai Campi Flegrei, Ischia, Sorrento, Cuma, Boscoreale, Ercolano, Nola, Nocera, Acerra, ecc, erano state viste già dalla civiltà greca come paesaggi affascinanti, preziosi per i loro campi così fertili. Solo il 40% della popolazione pompeiana era umile, c’erano molti schiavi, liberti, artigiani e mercanti.

Nel 27 a. C. sotto il potere di Augusto, ha inizio per Pompei una fase di progressiva romanizzazione della vita quotidiana. I nobili, i potenti e le famiglie patrizie pompeiane, divulgando la cultura e lo sfarzo romano introducono modelli architettonici e artistici dell’Impero Augusteo.
Nel 62 d.C. sulla città di Neapolis, si abbatté un pesante terremoto il quale colpì duramente anche la civitas pompeia, ma il danno maggiore si ebbe la notte del 24 agosto del 79 d.C., quando durante l’eruzione del Vesuvio furono distrutte Ercolano, Stabia e la medesima Pompei. Queste città furono interamente sepolte da un diluvio di lapilli, dalle ceneri e dalle molte scorie incandescenti. Si ricorda che durante quella tragedia perse la vita un noto scienziato naturalista latino, vissuto sotto l’età dei Flavi, Plinio il Vecchio, comandante della flotta del Miseno, il quale non solo si impegnò nel soccorrere le popolazioni colpite dal cataclisma ma voleva anche soddisfare la sua curiosità scientifica osservando da vicino il fenomeno della vulcanologia, un fenomeno che da sempre lo aveva affascinato e che fu letale per lo scrittore/scienziato in quanto morì asfissiato da una forte nebbia di vapore.

A narrarci la morte del Vecchio Plinio fu suo nipote Plinio il Giovane (62 d. C. – 113 d. C.), chiamato così per non confonderlo con lo scienziato. Egli ci informa che lo zio quella notte era in compagnia di Pomponiano e dopo aver indugiato a lungo se rimanere in casa (la quale vacillava a causa delle violente scosse di terremoto) o vagare all’aperto, decisero infine di affrontare la catastrofe. Fuori era notte, una notte rischiarata dalle fiamme, dai fuochi, dalle faville; era impossibile fuggire per il mare a casa del maremoto, e così dopo tre giorni di lungo tormento il corpo del Vecchio Plinio fu ritrovato privo di sensi.

Anche Valerio Flacco (? – 90 d. C.), nel suo poema Argonautiche, rammenta l’orribile notte dell’eruzione. Narra l’angoscia degli abitanti, il timore degli eroi che fuggono, il minaccioso vulcano che annienta le città rimaste impotenti, i gemiti dei morenti che si diffondono nel buio infernale. Descrivendo la “cronaca” degli ultimi giorni dell’antica Pompei, attraverso le citazioni di illustri letterati latini, possiamo ben comprendere l’enorme terrore che provarono i nostri antenati in quei drammatici momenti, un terrore ancora così vivo e struggente se si osservano i famosi calchi fatti agli scavi durante l’Ottocento dal noto studioso Giuseppe Fiorelli.

(tm)

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