Eduardo De Filippo, ovvero una persona di famiglia (2)

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Nato a Napoli il 24 maggio 1900, figlio d’arte dell’“attore-autore-regista” della pi brillante commedia napoletana, Eduardo Scarpetta, e della sarta di scena Luisa De Filippo, Eduardo, illegittimo come gli altrettanto celebri fratelli e attori Peppino e Titina, visse in modo conflittuale la sua “malcelata” paternit. In una Nota autobiografica risalente ai primi anni Settanta egli confess: mi ci volle del tempo per capire le circostanze della mia nascita perch a quei tempi i bambini non avevano 1a sveltezza e la strafottenza di quelli d’oggi e quando a undici anni seppi che ero “figlio di padre ignoto” per me fu un grosso choc. La curiosit morbosa della gente intorno a me non mi aiut certo a raggiungere un equilibrio emotivo e mentale. Cos, se da una parte ero orgoglioso di mio padre, della cui compagnia ero entrato a far parte, sia pure saltuariamente, come comparsa e poi come attore, fin dall’et di quattro anni [...], d’altra parte la fitta rete di pettegolezzi, chiacchiere e malignit mi opprimeva dolorosamente. Mi sentivo respinto, oppure tollerato, e messo in ridicolo solo perch “diverso”. Da molto tempo, ormai, ho capito che il talento si fa strada comunque e niente lo pu fermare, ma anche vero che esso cresce e si sviluppa pi rigoglioso quando la persona che lo possiede viene considerata “diversa” dalla societ. Infatti, la persona finisce per desiderare di esserlo davvero, diversa, e le sue forze si moltiplicano, il suo pensiero in continua ebollizione, il fisico non conosce pi stanchezza pur di raggiungere la meta che s’ prefissata. Tutto questo per allora non lo sapevo e la mia “diversit” mi pesava a tal punto che finii per lasciare la casa materna e la scuola e me ne andai in giro per il mondo da solo, con pochissimi soldi in tasca ma col fermo proposito di trovare la mia strada. Dovrei dire: di trovare la mia strada nella strada che avevo gi scelto da sempre, il teatro, che stato ed tutto per me. Di sicuro la sua “diversit” aliment una profonda sensibilit che attinse dalla sfera privata temi e riflessioni, per un teatro che s’incentra soprattutto sui conflitti familiari. Eppure, se da un lato Eduardo soffr il peso di una paternit non riconosciuta, d’altra parte egli and sempre fiero di poter testimoniare con le sue commedie la continuit di una tradizione che gli scorreva nel sangue, pur tuttavia superandola, trasformando le farse di Scarpetta in moderni drammi borghesi, in cui l’osservazione attenta della realt e l’approfondimento psicologico dei personaggi sono sapientemente arricchiti dal suo forte sentire umano: solo perch ho assorbito avidamente, e con piet, la vita di tanta gente ho potuto creare un linguaggio che, sebbene elaborato teatralmente, diventa mezzo di espressione dei vari personaggi e non del solo autore. Del resto, era gi teorema dei comici dell’arte il binomio teatro-vita, ossia la scena intesa come grande specchio delle vicende umane, in cui uno spettatore immedesimandosi compie il pi antico e sacro rituale dell’arte teatrale, confrontandosi e ammaestrandosi con i casi umani inscenati, giungendo talora perfino a purificarsi: la catarsi. In Cantata dei giorni dispari Eduardo, infatti, afferma che il pubblico dal suo autore vuole ascoltare i fatti di casa sua, che gli fa riconoscere se stesso fra i personaggi della commedia. L’autore riconosciuto per tale, entra dalla porta del palcoscenico ed esce insieme al pubblico a braccetto, da quella della platea. Cos, nel 1952, Eduardo dichiar nella prima rappresentazione a Parigi di Questi fantasmi: Il mondo in fondo un gran palcoscenico e la vita una commedia allegra o triste secondo i casi. Per vivere, gli uomini debbono adattarsi a recitare la commedia e debbono anche fingere di divertirsi, affermazione quest’ultima che in realt sembra fare eco a quanto non molto prima Pirandello asseriva nella sua “teoria delle maschere”. Ma, in fondo, si tratta della storica metafora del theatrum mundi, a cui si associa un valore etico oltre che edonistico del fare artistico. Anni dopo, siamo nel 1965, Eduardo mise in scena L’arte della commedia, accolta con grandi favori dal pubblico, malgrado in essa prevalessero molte parti teoriche, in cui l’autore estrinsec la sua concezione di un teatro che deve avere un’utilit sociale, denunciando quindi i mali che affliggono l’umanit. Quest’idea egli l’aveva anticipata in una lettera scritta all’allora ministro dello Spettacolo, On. Tupini, per perorare la causa del teatro in Italia, chiedendo un intervento dello Stato per salvaguardarlo e sostenerlo; qui il drammaturgo sottoline il valore del nostro teatro, “uscito in brandelli dal Ventennio fascista”, e degno di attenzione, perch pari a qualunque altro patrimonio della Nazione come “le pinacoteche e i monumenti”. (nb)

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