Saluto a Massimo Troisi (parte II)

Quando si parla di Massimo vengono in mente tante frasi, gesti, monologhi. Soprattutto monologhi, frasi spezzate, a volte incomprensibili, in cui è difficile riuscire a trovare un filo logico tra le tante parole rotte, quasi balbettate, confuse e farfugliate. Quello era il parlare tipico di Massimo che l’amico Benigni ricorderà nei celebri versi che scrisse per ricordarlo:


Non so cosa teneva dint' 'a capa
Intelligente, generoso, scaltro
per Lui non vale il detto che è del Papa
morto un Troisi non se ne fa un altro
Morto Troisi muore la segreta
arte di quella dolce Tarantella
ciò che Moravia disse del poeta
io li ridico per un Pulcinella
La gioia di bagnarsi in quel diluvio
Di Jammè, 'O Saccio, 'Naggia, 'Lloc, 'Azz
era come parlare col Vesuvio
era come ascoltare del buon Jazz
"Non si capisce", urlavano sicuri
"questo Troisi se ne resti al sud".
Adesso lo capiscono i canguri
gli Indiani e i miliardari di Hollywood
Con lui ho capito tutta la bellezza
di Napoli, la gente, il suo destino
e non m'ha mai parlato della Pizza
e non m'ha mai suonato il Mandolino
O Massimino, io ti tengo in serbo
fra ciò che il mondo dona di più caro
ha fatto più miracoli il tuo verbo
di quello dell'amato San Gennaro
 

I suoi ragionamenti, le sue battute, i suoi pensieri sono oggi tra le cose più preziose che ci rimangano di lui, come le tante riflessioni che ci ha lasciato nelle interviste in cui risponde a domande sul successo, sul cinema, sulla vita, ma soprattutto sull’amore, questo sentimento che egli ha interpretato con simpatia, a volte rabbia, perfino con impotenza davanti al grande mistero che esso incarna, in film in cui la colonna sonora spesso è del caro amico Pino Daniele, forse il miglior interprete musicale della napoletanità fatta di suoni e note. Così Massimo in un’intervista con Pino Daniele dirà a proposito dell’amore, battibeccando con l’amico: “È qualcosa che deve fare il suo corso... è un vuoto a perdere. No, non ci guadagni niente dalla sofferenza in amore, a parte i cantautori che ci scrivono le canzoni. Tu quando soffri ci guadagni? Appunto, tu ci guadagni, ma quando soffro io... se io soffro faccio ‘o film, però siccome il film è di tre ore... tu basta che soffri due giorni, fai ‘na canzone di tre minuti, ma io pè ffa’ ‘o film di tre ore aggia suffrì da quand’ero piccolino proprio. Questo è tragico, io pè ffa’ ‘o film di tre ore io so’ stato tradito già dall’ostetrica. Capito? Cioè mentre me steva a tirà me lascia a mità e va a piglià un altro bambino e io me so’ sentuto traumatizzato e ho fatto un film sulla sofferenza...”.
Anche la morte è stato un tema che Massimo ha affrontato nelle sue produzioni, talora con atteggiamento dissacrante, poco scaramantico per un napoletano verace. Infatti, già agli inizi degli anni Ottanta egli organizzò uno scherzo nella trasmissione di Rai tre Che fai…ridi? In una finta edizione straordinaria del telegiornale fu annunciata la morte di Troisi (Morto Trosi, viva Troisi!). Per l’occasione i suoi amici - Roberto Benigni, Lello Arena, Carlo Verdone, Marco Messeri, Maurizio Nichetti, Renzo Arbore - furono intervistati per esprimere il loro rammarico, ma in realtà nella sequenza di interventi essi divertono il pubblico sparlando dell’amico scomparso, mettendone in luce i peggiori difetti.
Non troppo distante da questa burla è il film No grazie, il caffè mi rende nervoso, nel quale Massimo si scontra con uno dei suoi tanti singolari personaggi, cioè un esaltato difensore delle tradizioni napoletane, che si batte strenuamente per difendere gli stereotipi della sua città: pizza, canzoni e mandolino, al punto di interrompere lo svolgimento del “Primo Festival Nuova Napoli”, espressione della nuova Napoli che si vuole emancipare dalla stretta etichetta della tradizione classica. I maldestri interventi del fanatico arrivano al punto di provocare la morte di Massimo: la scena è costruita con folklore in un tipico vicolo napoletano in cui si sentono suonare le famose note di Funiculì Funicolà; il popolo accorre e trova Massimo morto dentro un organetto e con la pizza in bocca… 
Massimo morì lontano dalla sua Napoli - “ma non da emigrante, lui un lavoro a Napoli ce l’aveva” - proprio come i suoi celebri predecessori, Totò ed Eduardo, quasi fosse un destino di certi napoletani che per parlare bene della propria città devono allontanarsene.

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(nb)

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