Saluto a Massimo Troisi

Professoressa Nevia Buommino, insegnante di Lettere

“Non che sono contrario al matrimonio.
Ma un uomo e una donna sono i meno adatti per sposarsi…”
Pensavo fosse amore, invece era un calesse

“Ricordati che devi morire!
S... S... M m’o scrivo...”
Non ci resta che piangere

La notizia della morte di Massimo entr nelle case napoletane come un improvviso vento gelido, portando con s sorpresa e dolore. Sorpresa perch dalla sua discreta esistenza privata poche notizie erano trapelate sulle estreme condizioni di vita, dolore perch scomparendo Massimo, ognuno di noi si sent privare di un fratello caro e dolce, che con la sua malinconica ironia sapeva interpretare bene una delle anime pi antiche del napoletano.

Chi era Massimo Troisi? A Napoli nessuno si era mai posta questa domanda. Massimo era il napoletano vero, buono, quello che nasconde le sue insicurezze, le sue difficolt espressive con la battuta facile, la comicit spontanea che fatta anche di mimica e gestualit, di silenzi in cui il volto parla come in Eduardo De Filippo. Massimo era il compagno di classe, ce n’ sempre uno come lui, che imbranato con le ragazze, ma che un amico fidato e su cui si pu sempre contare come conferma la spalla comica Lello Arena, nei celebri Ricomincio da tre e Scusate il ritardo. Massimo era anche il napoletano che volta pagina e cerca nuove strade da percorrere, ma non per questo deve essere considerato “emigrante”. Massimo era un po’ il nipote di Eduardo, l’erede di quei valori e di quell’ironia, ma che si arricchito di contenuti nuovi e dei moderni conflitti delle generazioni dei primi anni ’80.

Raccontare Massimo per una napoletana come me pu essere divertente, se si ricordano certi sketches de la Smorfia, in cui il trio Troisi-Arena-Decaro si immortal in esilaranti e indimenticabili episodi (l’Arca di No, Annunciazione, Soldati, San Gennaro), ma al tempo stesso triste, se nel sottolineare la grande gioia e voglia di vivere che egli aveva, si ricorda l’ultimo film da lui interpretato, Il Postino, con Philippe Noiret e la prorompente Cucinotta, in cui la voce dell’attore napoletano a volte quasi un sussurro e sul suo volto compare un velo di malinconica, estrema stanchezza per il male che da troppi anni ormai lo sfiancava. Il Postino, due anni dopo la morte di Massimo, venne candidato agli Oscar come miglior film, migliore regia, migliore attore protagonista, migliore sceneggiatura e migliore colonna sonora, ma l’ambita statuetta venne data solo per la colonna sonora, decretando comunque il successo internazionale che il film pienamente meritava. M’immagino allora Troisi in Paradiso, seduto accanto al “suo amico” Gennarino, il santo patrono della citt, sorridere in quel giorno in cui la critica gli riconosceva l’impegno di tutta una carriera, iniziata presto al Centro Teatro Spazio, un garage di San Giorgio a Cremano - dove Massimo era nato nel 1953 - interpretando commedie pulcinellesche, come l’antica tradizione teatrale napoletana imponeva.

Mi piace ricordare Troisi soprattutto in Non ci resta che piangere, il celebre film in cui in coppia con Benigni nei panni di due malcapitati uomini moderni, che per inspiegabile errore di “Dio, o Pataterno, o chi c’ha mannato c”, si ritrovano in una “Frittole” del 1492. Indimenticabili le scene in cui Mario (Troisi) e Saverio (Benigni) scrivono la lettera al “caro Savonarola”, che ricordano l’analoga di Tot e Peppino in Tot Peppino e la Malafemmina, come pure altrettanto memorabili sono quelle in cui la giovane Amanda Sandrelli corteggiata da Massimo, che per conquistare il suo cuore si finge musicista e le dedica canzoni da lui scritte, come l’Inno di Mameli o Yesterday dei Beatles.

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(nb)

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