Cinema e cucina: “cine-gastronomia” (parte II)

Possiamo inoltre ricordare “gli spaghetti alla Mario Ruoppolo”, personaggio-protagonista de “Il Postino”, con il celebre artista napoletano, cabarettista, attore, autore, regista Massimo Troisi (1953-1994), per la regia di Michael Radford. Ricordiamo che Il Postino, girato nel 1994 è stato l’ultimo capolavoro del nostro attore, premiato alla notte degli Oscar con ben cinque nominations: miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista, miglior sceneggiatura, miglior colonna sonora. Mario, figlio di pescatori, divenuto postino personale del poeta Pablo Neruda (interprato dall’attore Philippe Noiret), ha il compito di consegnare la posta all’esiliato poeta cileno, il quale è costretto a vivere su una sperduta ma incantata isola italiana del Mediteranneo. Quando poi Neruda, vincitore del Premio Nobel, lascia l’isola per ritornare finalmente in Cile, il postino senza più lavoro, aiuta la moglie Beatrice Russo (interpretata da Maria Grazia Cucinotta) nella conduzione della osteria della zia e “mentre cucina – scrive Marina Malvezzi – Mario/Troisi trova sempre una metafora adatta per ogni ingrediente”.

Il cibo in passato è stato più volte inteso pure come denuncia sociale, come critica e attacco alla “cinica e ipocrita società borghese o arrivista”; difatti andando indietro negli anni cinematografici non possiamo non citare i film del neorealismo: Sciuscià (1946), Ladri di biciclette (1948), Umberto D (1952), Roma città aperta (1945), La terra trema (1947), Riso amaro (1949), ecc. In questo filone vengono trattate “tematiche sociali a sfondo realistico esistenziale, viene posta una realtà penosa e problematica vissuta dalle classi subalterne e popolari”, (Tina Marasca, in Storia del Teatro tra ‘800 e ‘900, Edipress sas). In queste pellicole le scene sottolineano la miseria degli anni del dopoguerra, ritraggono l’Italia popolare in pessime condizioni (tipo la mancanza di cibo, appunto) dopo la liberazione dal fascismo. ll film La tavola dei poveri (1932) con l’attore napoletano Raffaele Viviani per la regia di Alessandro Blasetti è l’emblema di una pellicola “marcatamente realistica”; il protagonista per ironia della sorte diventa il simbolo dei poveri, è lodato da tutti i poveri dei quartieri più bassi di Napoli come un “DIO”. Al Comitato di Beneficenza si recano tutti i poveri per mangiare il pasto miracoloso, ed è proprio da qui che nasce il titolo del film. Purtroppo non a tutti i poveri è concesso di sedersi e mangiare il pasto, ma solo chi è fornito di apposito biglietto d’ingresso può usufruire del cibo messo a disposizione dal Comitato di Beneficenza, così malauguratamente tutti gli altri miseri restano demoralizzati a guardare i “fortunati poveri” dai cancelli emettendo urli e grida disperate… Il giornalista Roberto Ormanni, sostiene che nel neorealismo cinematografico è stato prefissato l’obiettivo di scrutare la “complessa struttura sociale napoletana, con i numerosissimi elementi culturali che la compongono”.

(tm)

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Bibliografia

- Sergio Lori in Da Totò a Troisi, Napoli che ride, Tascabili Economici Newton, 1999.
- Tina Marasca in Storia del Teatro tra ‘800 e ‘900, Edipress sas.
- Roberto Ormanni in Napoli nel cinema, Tascabili Economici Newton, 1995.

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